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Il locale è pieno, la gente è accalcata e aspetta trepidante l’arrivo della band.

 
Finalmente le luci si spengono, i musicisti prendono posto, gli astanti gridano entusiasti e all’improvviso lui: il fischio stridente che buca il timpano.
 
Questo signori è il tipico effetto del cosiddetto Larsen o effetto di ritorno.
 
 
Il fisico Soren Absalon Larsen, fu il primo a scoprire il principio che ha poi preso il suo nome.
 
Questa nemesi, che perseguita i musicisti sui palchi di mezzo mondo, si manifesta quando i suoni emessi da un altoparlante tornano ad essere captati da un microfono.
 
Ogni volta che questo effetto si manifesta, vedrete qualcuno abbassarsi e tapparsi le orecchie, sentirete qualcuno chiedere in tono scherzoso di abbassare gli ampli, insomma la magia che sognavate di vivere col vostro live, viene compromessa.
 
Il Larsen è uno spettatore assiduo di concerti. Lo potete trovare spesso su piccoli palchi dove la distanza tra un ampli e un microfono, unita allo spazio a volte ridotto, può evocarlo.
 
E mentre qualcuno magari insulta la band per i volumi, l’uomo dietro al mixer a cui non state prestando attenzione, cerca di esorcizzare questa presenza regolando le frequenze.
 
Non tutto il male però, viene per nuocere. Così come la distorsione per chitarra è nata da un ampli rotto, il Larsen ha saputo col tempo fare amicizia con vari musicisti.
 
Alcuni infatti ricreano volutamente questo effetto, facendolo diventare parte di una composizione, come fecero i Beatles con “I feel fine” o vari guitar-heroes tra cui Jimi Hendrix, Steve Vai, Joe Satriani, ecc.