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Una parola nuova: Firmacopie

 

Feltrinelli. Sono alla cassa a pagare alcuni cd.
(Vabbé, ho comprato qualche cd alla Feltrinelli, un po’ mi vergogno, ma il problema è ben altro).
La cassiera mi dà un braccialetto rosso. Mi dice che è per il “firmacopie” degli Afterhours, perché stasera vengono a fare la presentazione.
(Album “Folfiri o folfox”, qualche mese fa, ma il problema è ben altro).
 

Insomma dovrei mettermi un braccialetto rosso tipo villaggio vacanze per farmi fare l’autografo da Manuel Agnelli sul cd? A parte che il cd è tutto nero, come me lo firma, col bianchetto?
(Con l’uniposca, vabbé, ma il problema è ben altro).
“Firmacopie” è una pratica terribile, che speravo limitata ai libri di Fabio Volo, invece è più diffusa di quanto pensassi.
“Firmacopie” è una parola orripilante, della stessa sostanza con cui è fatta la parola “apericena”. È la triste deriva dell’“autografo” che da bambino chiedevo al calciatore che incontravo casualmente per strada: prendevo coraggio e con il cuore in mano mi facevo firmare un foglietto strappato da un quaderno di scuola. Ma quella era una conquista, non c’era un baraccone appositamente allestito, era tutta farina del mio sacco.
“Firmacopie” è un musicista annoiato seduto a un tavolino che meccanicamente scarabocchia cd comprati come si compra una maglietta o un berretto. Avanti un altro. Chi è il prossimo? Come dal verduriere. Chi devo servire?
“Firmacopie” è la fila per un’eucaristia concessa da un dio cui non interessi, in una funzione religiosa condivisa con fedeli che ieri magari erano alla messa di, che ne so, Fedez.

 

Per non parlare della foto col tuo cantante preferito, le foto più brutte di sempre, mosse, colori smorti, con il tuo idolo che guarda da un altra parte, senza sorridere, mentre tu pallido con una giacca brutta stai già pensando a quanti cuoricini ti arriveranno su hipstagram. Ci vogliamo trovare un nome a quest’altro rito inutile? “Fotocopie”.