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CROWDFUNDING: ECCO PERCHE' DOVREBBE SOSTITUIRE LE MAJOR di Marco Zuppa

Alzi la mano chi di voi conosce Hellboy.

Ok, così non vale. Facciamo che chi di voi non lo conosce o non lo ha mai letto, condivide questo articolo.
Se anche non siete appassionati del fumetto col diavolo dalla mano di pietra, potreste aver incrociato questo personaggio al cinema.
Hellboy è stato infatti protagonista di due (bei) film del regista messicano Guillermo Del Toro.


Ad interpretare questo simpatico anticristo in entrambe le occasioni, l'ottimo Ron Perlman.
Ecco, proprio lui è stato la fonte di ispirazione per questo articolo.
I primi due film su Hellboy, seppur compiuti, lasciano un interessante spiraglio verso un ideale terzo capitolo che però non è mai stato realizzato.




Il motivo? 

Neanche a dirlo, i produttori non sono interessati al progetto.
Chiariamoci bene, i primi due capitoli di Hellboy hanno recuperato il budget, totalizzato un pò (si fa per dire) di guadagno e fatto begli incassi in home video.
Hanno chiuso in attivo, per intenderci.

Eppure non basta. 
Sì perché siamo ancora distanti dai guadagni stellari che normalmente ottiene un film campione di incassi al botteghino.

E allora che si fa?

Si chiude la sceneggiatura in un cassetto e ci si dedica ad altro.

E invece no.

Ron Perlman ha dato vita ad un vero e proprio assedio mediatico volto a convincere i produttori sulla necessità di fare un terzo capitolo e dare una degna conclusione al personaggio. Per dirla con le sue parole: "I fan se lo meritano!".

E' commovente. 

Lo dico da fan di Perlman, da fan di Hellboy e da Nerd praticante.
Ok, ora sapete tutto sulla saga di Hellboy ma cosa c'entra tutto questo con il crowdfunding?

Beh, sappiate che all'attore hanno chiesto perché non intendesse avviare una campagna crowdfunding per produrre il tanto agognato terzo capitolo e la sua risposta è stata illuminante: "Non credo sia compito dei fan produrre un film. E' compito dei produttori."

Ben detto.

Nonostante le società di crowdfunding siano uno strumento utilissimo per le band e gli artisti che vogliono veder realizzata la loro opera, è davvero compito dei fan finanziare un progetto?

I pro sono evidenti, vedere realizzata la propria arte per un artista è il massimo. 

Oggi le aziende che si occupano di Crowdfunding sono parecchie. Dall'americana Kickstarter che diede il calcio di inizio, fino alla nostrana Musicraiser, nata dall'intuizione di Giovanni Gulino dei Marta Sui Tubi.




La logica alla base di qualsiasi evento sponsorizzato è semplice: se la richiesta è sufficiente, il progetto si farà.

La cosa divertente è che spesso, dopo aver pubblicato un lavoro, gli artisti vengono messi sotto contratto dalle Major, come afferma lo stesso Gulino in un'intervista su Repubblica. 

Ma prima che un artista avviasse la sua campagna, le Major dov'erano?

Probabilmente rintanate nei loro uffici ad osservare. Si perché se lavori in una delle Major e ti viene chiesto di trovare un artista valido da proporre e su cui investire, cosa fai?

Semplice, guardi i progetti sui siti di Crowdfunding con maggior successo. Cerchi gli artisti con una pagina Facebook seguita da più di 4 - 5000 fan, insomma prendi la mira e colpisci sul sicuro.

Ma alla fin fine, se grazie a questi nuovi mezzi è possibile avere il proprio disco su mercato, con anche un bacino di utenza ampliato a che cosa ci servono le Major?

C'è da augurarsi che col tempo Musicraiser decida di compiere il passo, il primo passo almeno, verso una produzione diretta. Questo potrebbe portare ad un'alternativa per il pubblico e per gli artisti che attualmente vengono sempre più trattati come merce da comprare. E questo proprio da quelle Major che dovrebbero andare a caccia del talento.

Tutto questo soprattutto considerando che "tutti coloro che ci lavorano, dagli sviluppatori ai project manager fino ai fondatori, sono tutti musicisti. Professionisti o amatoriali ma pur sempre mossi da una genuina passione per la forma d'arte più suggestiva per noi: la musica." Come afferma lo stesso Gulino.

Il crimine maggiore delle Major è stato quello di costringere gli artisti ad appoggiarsi ai fan per poter realizzare un prodotto. Certo possiamo definirlo "acquisto preventivo" ma la verità è che si stanno spremendo le tasche di artisti e pubblico perché chi dovrebbe, non fa il suo lavoro.

Un passo in più dovrebbe essere non solo auspicabile ma quasi dovuto, se non altro per non rendere tutto una semplice vetrina che si sta popolando anche di nomi conosciuti, col rischio di adombrare artisti promettenti ed i loro progetti.

Musicraiser infatti ospita iniziative di finanziamento per Giovanni Lindo Ferretti, Marlene Kuntz, Dente e gli stessi Marta Sui Tubi.

Io credo che la piattaforma di Gulino e le altre realtà che si occupano di crowdfunding, svolgano un lavoro encomiabile ma devo dire che non riesco a dare torto a Perlman quando sostiene che non è compito dei fan. 

A loro spetta acquistare un prodotto finito.

Assumersi il rischio di produrre (il cosiddetto "rischio d'impresa") è da sempre compito dell'imprenditore, della Major.

L'artista rischia nel presentare la sua arte.

Il pubblico rischia nell'acquistare un prodotto.

L'industria oggi gioca d'anticipo. Anticipa lungamente le uscite discografiche (limitiamoci a parlare di quelle) con trailer, partecipazioni, singoli, partnership commerciali per spot tv, ecc. Tutte operazioni volte a penetrare il pubblico ed imporre un prodotto.

Loro non rischiano più. Lasciano che a farlo siano gli altri.

Piattaforme come Musicraiser ed altre, hanno il vantaggio di essere composte da persone che credono nell'arte e che cercano di avvicinarla ai fan. Per questo c'è da sperare che possano un giorno dare scacco ad un sistema che si sta rivelando troppo freddo e calcolatore e la cui utilità è ormai dubbia (almeno per chi scrive), checché ne dica il presidente della Universal Alessandro Massara.

Una forma di crowdfunding dovrebbe essere un'iniziativa nata dalle Major, se queste avessero reale interesse a scoprire e far crescere nuove realtà. Invece, nonostante lo critichino, il mondo Indiependente è sempre nei pensieri dell'industria. 
Perché è da lì che nascono le idee, quelle vincenti. 
Quelle che fanno tendenza e cambiano le cose.
A loro non resta che aspettare per poi allungare un assegno.
La verità però è che oggi siamo tutti esposti, sempre. 

Forse un domani non avremo più bisogno di queste aziende. 

Forse un domani impareremo a usare i mezzi a nostra disposizione per scoprire qualcosa di nuovo e non per subire suggerimenti, ormai tutt'altro che subliminali.

Forse un domani capiremo che abbiamo noi il coltello dalla parte del manico.

Forse.....domani.

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