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Ho fatto uno sbaglio.
 
Non ho mai considerato un errore sbagliare. Fa parte del gioco. Ieri però mi sono ritrovato a pensare che era un errore francamente evitabile.
 
La conferma l’ho avuta alle 02:00 di stamattina quando, rientrando a casa, ho incontrato il mio coinquilino di ritorno da uno spettacolo a cui aveva partecipato in qualità di chitarrista ritmico.
 
Anche io ero ad un concerto ieri sera ma stavolta in qualità di spettatore. Ero infatti tra i molti che si sono riversati all’HiroshimaMon Amour per assistere al concerto di Giovanni Lindo Ferretti.

Per me è quasi un appuntamento fisso. Ogni anno torna, ogni anno all’Hiroshima e ogni volta il mio amico Sandro mi convince ad andarci.
Lo show è ormai collaudato. L’ex portabandiera del punk filosovietico appare rilassato e divertito, perfettamente a suo agio nel muoversi attraverso i brani della scaletta che, tra l’altro, è stata come di consueto pubblicata in anticipo sul sito della venue.
 
Ecco quindi partire Pons Tremolans, seguita da Amandoti, Tu menti, Tomorrow e Mi Ami. Il trio segue le basi (ed il copione) senza infamia né lode, il tutto scandito da un ritmo reggaeggiante. La parte centrale dello show è affidata a rivisitazioni di brani giocati perlopiù su chitarra e voce con il supporto sporadico del violino.
L’esecuzione non sempre è eccellente ma è anche meglio così. 
Chi ascolta e conosce Ferretti cerca altro. 
 
Forse cerca qualcosa di più. 
 
E qualcosa di più lo cercavo anche io ieri sera.
Perché man mano che la scaletta andava verso la fine, fatta eccezione per alcuni momenti estremamente coinvolgenti come Cupe Vampe, Annarella o Del Mondo, l’idea che sembrava trasparire era quella di chi “timbra il cartellino”.
 
Dopo una versione purtroppo privata della chitarra a causa di un problema tecnico di “Curami” vengono poco più che accennate “Per me lo so” e “Depressione Caspica”. “Emilia Paranoica” nella versione proposta perde molto della sua forza primordiale. “Unità di produzione” non viene eseguita e quindi ci troviamo ad un tratto ad assistere all’uscita di scena della band.
 
Le luci si accendono e la magia finisce ma stavolta mi trovo a pensare che forse, non è mai iniziata.
 
A Giovanni Lindo Ferretti non si può chiedere più di quanto concede. La sua storia parla da sola ed il suo lascito artistico è di quelli che pesano.
 
Però forse è mancato il pathos. Forse ormai è diventata troppo una consuetudine, sia per me da spettatore che per lui da musicista.
La scaletta sbandierata come fossero i prodotti su una bancarella, i brani accennati forse più per dovere che per altro mi hanno fatto capire che ho fatto uno sbaglio.
 
Mi sono rifugiato in una zona di comodo invece di rischiare.
Ieri avrei potuto fare altro. Al circolo Arci Sud ad esempio, veniva messo in scena uno spettacolo in cui letture e musiche di incrociavano. Uno spettacolo scritto da Gigi Cosi e Ale Lingua che lo portano in scena ormai da due anni con il titolo di Carbone
Uno spettacolo che parla di amore, di poesia o di attualità.
 
Il mio coinquilino ci è andato. Quando l’ho visto stamattina alle 02:00 aveva il volto soddisfatto di chi ha partecipato a qualcosa di bello.
 
L’espressione che non c’era, invece, sul mio viso.
 
Dopo tanti anni è quindi forse giunto il momento di lasciare andare le sicurezze di certi eventi e ritrovare la voglia e la curiosità di vedere qualcosa di nuovo.
 
E’ un’abitudine che si sta perdendo.
 
Al cinema come in musica, le date di uscita sono talmente anticipate che potremmo dire di conoscere già il prodotto prima ancora di averlo acquistato.
 
Non si rischia più. Non abbiamo più modo di essere curiosi o di lasciarci sorprendere.
 
E quindi, proprio come canta il caro, vecchio Giovanni Lindo Ferretti, uno si dichiara Indiependente.
E se ne va.