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“E gli uomini che detengono il potere devono essere i primi ad iniziare a costruire una nuova realtà, più vicina al cuore”.
Così cantavano i Rush nel loro brano “Closer to the heart” e io non posso che essere d’accordo. Bisogna avvicinarsi al cuore delle cose per capirle.
Prendere ad esempio, la famigerata Società Italiana Autori ed Editori, più nota come SIAE. Nata nel lontano 1882, la Società ha il lodevole scopo di “promuovere e salvaguardare il diritto d’autore”.
Investita di speciali poteri, inoltre, può assumere, per conto dello Stato, di enti pubblici o privati, servizio di accertamento e di percezione di tasse, contributi, diritti.


Attenzione signore e signori! Qui non si scherza.
Si rischiano multe e anche piuttosto salate.
 
Che un artista sia tutelato è giusto, sacrosanto. La vera domanda è: cosa stiamo sacrificando a fronte di questa presunta tutela?
La Società è nata pochi anni dopo i primi sistemi di registrazione e riproduzione musicale. Fino ad allora e per diversi anni a seguire, la musica veniva diffusa nel solo modo possibile: suonandola.
A causa (o grazie) dell’assenza di mezzi di distrazione di massa come tv, cellulari, social, ecc, la musica dal vivo era molto più diffusa e un motivetto orecchiabile si diffondeva di bocca in bocca, fischiettandolo, suonandolo a orecchio e riarrangiandolo insieme ad altri musicisti.
Con la diffusione delle registrazioni e la nascita di un mercato, tutto questo è cambiato. Era necessario, giustamente, far sì che gli autori di una data opera ricevessero un compenso dalle vendite della stessa.
Oggi però le cose sono cambiate. Qui non si parla più di tutelare gli artisti, perché una radio che diffonde un brano tutelato, paga la Società.
Ma anche un qualsiasi locale che vuole tenere accesa quella radio, deve pagare la Società.
Un negozio che decide di ospitare un ragazzo che suona per il solo piacere del pubblico, senza far pagare alcun biglietto, deve pagare la Società.
Perché se voglio tenere una chitarra nel mio negozio, devo pagare la Società!
Pochi giorni fa sono stato sorpreso in flagrante mentre suonavo in un locale, da un Agente della Società che era pronto a multare il locale a causa mia.
Ho dovuto spiegare al “Nostro” che nessuno dei brani eseguiti era tutelato dalla Siae, così come non era stato richiesto alcun pagamento per assistere. A seguito di puntuale verifica, il “Nostro” ci ha accordato il permesso di continuare, non senza prima essere stato ripetutamente incalzato sulla legittimità delle sue pretese.
Già perché se un artista decide di non farsi tutelare dalla Società, questa perché si prende il diritto di chiedere dei soldi e minacciare sanzioni e accertamenti?
 
E’ la legge, baby.
 
Probabilmente allora queste leggi dovrebbero tenere conto del fatto che la musica dal vivo è ancora uno dei migliori modi di diffondere un brano e far conoscere un artista.

In altre parole, diffonde cultura.

Il mio coinquilino, dopo aver visto un concerto di un giovane artista, ha riconosciuto un brano che conosceva ma che aveva dimenticato. Il risultato è che lo ha cercato su YouTube, me lo ha fatto sentire, lo ha condiviso su Facebook ed io ho così scoperto Promiscuità e i The Giornalisti.
Tutto è partito da un ragazzo con la chitarra in mano che suonava su una panchina ad Oulx.
 
La legge dovrebbe porsi questi problemi e capire che minacciare di multe e accertamenti i locali, ha il solo risultato di scoraggiare le esibizioni dal vivo.
Danneggia profondamente una parte fondamentale della diffusione della cultura di una nazione. Soprattutto tenendo conto che all’atto pratico, non si fa alcun danno, anzi. 

E’ tutta pubblicità gratuita.


Invece la Società non ha saputo stare al passo con i tempi e non ha capito come gestire la musica dal vivo, trasformandosi in una potenziale minaccia per una forma d’arte che dovrebbe tutelare.
Si è allontanata dal cuore delle cose creando una serie di procedure al servizio delle Major (“gli uomini che detengono il potere” ricordate?). Ed ora sono addirittura presenti in radio con i loro spot.
Forse perché hanno perso consensi e adesioni?
Ho iniziato questo mio articolo citando i Rush e lo concluderò prendendo in prestito i versi di Eddie Vedder che in Society cantava “Società, sei davvero folle. Spero che non ti sentirai sola, senza di me”.