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Ho scritto un pezzo. 
E’ arrivato all’improvviso. Chiamo i ragazzi del gruppo, organizziamo per trovarci. Glielo faccio sentire e iniziamo a provarlo. Ci vogliono due mesi prima che si riesca a registrarlo bene. Nel frattempo l’abbiamo suonato live, fatto sentire ad amici, cambiato, cassato e ripescato e alla fine quel pezzo è diventato una canzone. Una di quelle vere. Con dentro tutto quello che questi due mesi hanno portato.
 
E’ il 1994.
 
Sono passati 21 anni da quando mi è successo quanto vi ho appena descritto. La cassetta con quel brano è ancora in mio possesso, registrata live alla Dracma durante una prova. Quel gruppo si è sciolto ma il ricordo dell’emozione di creare insieme qualcosa è ancora saldo.

Dove voglio andare a parare? Semplice, individualità.
 
L’individualità che oggi contraddistingue molti, forse troppi artisti.
Nell’era della condivisione virtuale siamo ormai abituati ad essere autosufficienti. Ho il mio canale Youtube, la mia pagina Facebook, il mio Blog e una mail creata apposta per gestire tutto. E pago per promuovermi, per essere visibile a tutti.
Nei miei pezzi posso programmare batterie, bassi, inserire fiati o intere orchestre. Tutto da solo, non ho più bisogno di nessuno.
 
Tranne che del pubblico.
 
Già, il pubblico. Non sempre mi riesce di portare molta gente ad un mio concerto. Vanno tutti a ballare o a sentire gente famosa. Non capiscono.
 
O forse no.
 
Forse sbaglio qualcosa.
 
Forse non basto da solo.
 
Forse a tutti questi mezzi che l’Industria ha messo a mia disposizione non interessa unire noi artisti. Forse gli fa più comodo dividerci.
 
Forse dovrei iniziare a condividere i miei brani con altri artisti e non su un social. 
E magari potrei dividere il palco con altri artisti. Forse non dovrei preoccuparmi così tanto di tutelare i miei brani ma di farli sentire alle persone giuste.
Creare una rete di collaborazioni basate sul piacere di fare musica con artisti che apprezzo e che mi apprezzano. Smettere di essere un’unità individuale.
 
Forse in questo modo potrebbe funzionare.
 
Insieme ad altri.
 
Ho scritto un pezzo.
Silenzio il cellulare, indosso le cuffie collegate alla mia scheda audio e accendo il portatile.
Regolo il metronomo, imbraccio l’acustica e clicco su REC.
Con un po’ di attenzione lo finirò in un paio di giorni, in tempo per pubblicarlo su YouTube, Soundcloud e condividerlo su Facebook nel weekend.
 
E’ il 2015.

 

Tempi bui.